Teatro. In scena oggi e domani al Massimo di Cagliari, incontro col pubblico alle 17 in facoltà di Lettere
E se ci rifacessimo il senno?
Alessandro Bergonzoni, urge essere vivi e attivi

L'anima, l'arte, il potere, la potenza, il pensiero, la bellezza, il dentro e il fuori. Nel turbinare glottologico di Alessandro Bergonzoni c'è tutto: il significato e il significante, i segni e i segnali. Segnali di allarme e di urgenza e di urgenze, prima di tutto. Si chiama Urge non a caso lo spettacolo che oggi e domani rappresenta al teatro Massimo di Cagliari alle 21, per la stagione di prosa dello Stabile di Sardegna, (mentre stasera alle 17 tiene una lectio nella facoltà di Lettere e filosofia), uno spettacolo che quasi accidentalmente può definirsi e risultare comico, di sicuro è - come ama dire - «una fotografia del reale. Ma fantastico, immaginifico, pieno di invenzioni». Praticamente un sogno raccontato attraverso la realtà, scorticando le parole, abradendo i significati, forgiando i sensi, piegando per spiegare. Sì, perché quello che a tutta prima a spettatore distratto può sembrare un gioco in realtà lo è.
«Il ludus latino, jouer francese, to play inglese sono traduzioni di giocare ma anche lavorare, suonare, impegnarsi, fare. Il gioco muove una forza prodigiosa, è creazione, potenza formidabile e sovramana e umana che contrasta al potere, è arte. Senza gioco l'arte non esiste e non esiste il teatro se non come ripetizione. Il teatro è invenzione, forza, deve non solo fare il verso ma versi», dice.
Parole che pe(n)sano...
«Sbagliato vedere solo le parole, infatti. Nello spettacolo le parole sono un mezzo, lo strumento, sono utili, servono. Sono fascino e fascinazione del non conosciuto, sono invenzione».
Ma cos'è che "Urge"?
«Urge pensare alla sostanza, rifarsi all'anima, sollevarsi dalle piccolezze, dagli uomini Non-sai più che Bonsai, dalle mancate crescite. Urge portarsi nella piazza interna di ognuno, pensare alto e altro, rifarsi il senno più che il seno come una chirurgia etica e non estetica. Ribellarsi ma nel senso di tornare al bello, alla sostanza delle cose».
La rivoluzione comincia ogni giorno davanti allo specchio, diceva Bob Mould.
«Condivido in pieno. Se non cambiamo noi, ogni giorno, non cambia nulla. Occorre darsi un nuovo assetto dall'interno, non essere più disposti a subire, acquisire nuove consapevolezze, essere nuovi e liberi dall'interno».
Ma insomma con chi ce l'ha Bergonzoni?
«Non si sentirà nello spettacolo nessun nome di politico o altro. Anche se per molti vorrei mettere la dicitura "Nuoce gravemente alla salute". La mia non è una tournée politica ma di pensiero, di filosofia, di scrittura, di racconto del corpo, del danno, della paura, della vita. Non mi interessa fare la parodia o l'imitazione o esser "contro" qualcuno ma piuttosto esser "per". Il teppismo culturale di certe trasmissioni della domenica si combatte non subendolo più. Bisogna pensare di essere attivi e vivi e creativi ma non nel senso dei pubblicitari che piazzano Shakespeare per vendere un'auto».
Ma questo costa fatica e la pigrizia vince.
«Io preferirei chiamarla accidia più che pigrizia. È più comodo non fare, non pensare, non essere. Basta vedere come oggi subiamo l'attacco del nuovo Morbo di Cronac, infinite ore in tv a sviscerare morbosamente casi di cronaca. La colpa è anche nostra. C'è una connivenza di ciascuno con questo stato di cose, la benzina la diamo noi e quindi diventiamo vittime di un fuoco amico. Crediamo di essere liberi e invece, attraverso un meccanismo perverso, siamo lo scarico del mercato e della produzione, e non uomini e donne con sogni e pensieri, con corpi e anime».
Lei è testimonial attivo della Casa dei Risvegli dove molte anime paiono prigioniere di corpi.
«Dopo aver visto "Vieni via con me" ho scritto una lettera a Fazio. Quella puntata con Englaro e Welby è stata eccezionale e io ho il massimo rispetto per Welby e Englaro e per scelte tanto coraggiose. Ma prima di parlare di dignità della vita bisogna vedere e raccontare anche altro e non solo un lato. La dignità della vita è anche altrove, in scelte diverse ma non opposte ed è di tutti. Anche qui non "contro" ma "insieme", senza speculare con violenza assurda in nessun senso e senza pretesi diritti di replica».
Cosa insegnano quelle vite?
«Bisogna vedere le sale di rianimazione, gli stati vegetativi, i gesti, gli sguardi, conoscere quelle vite e non venirne a conoscenza in maniera traumatica e magari strumentale ogni volta che si presenta un caso Englaro. Giro per le scuole con un signore, un amico, che vive dentro uno scafandro, parla con una sintesi vocale e racconta agli studenti cos'è la sua vita e il suo mondo e la grande dignità di tutto questo».
La politica che cosa può fare?
«La politica è solo figlia delle cose che ho detto. Non si può pensare alle leggi, alle norme senza sapere prima dell'umanità, delle leggi del pensiero e della libertà, della letteratura, della bellezza, della cultura».
GIUSEPPE CADEDDU
