L'UNIONE SARDA 06-04-2011

 

Emma Dante il sud se lo porta dentro le scarpe. Quelle in cui cammina nella sua città, Palermo, per incontrare storie marginali e universali, intrise dell'odore di mare del quartiere di Kalsa, o del popolare Zisa o di uno qualsiasi, nel rifugio di uno dei palazzi siciliani dove si spia l'ombra mentre partorisce la luce. Amore e dolore ai lati di uno spettro poetico che non vacilla nelle lunghezze d'onda della vecchiaia, della malattia e della povertà. L'ombra, per la pluripremiata regista, conta sempre di più rispetto alla luce. Le succede anche nella sua ultima drammaturgia di cui cura anche la regia, La Trilogia degli occhiali , perla finale conservata dallo Stabile di Sardegna per la chiusura della stagione di prosa al Massimo di Cagliari.
Su il sipario da stasera alle 21 sino a domenica. Conviene prenotare, dicono al Massimo. Non è una da poco con due premi Ubu per "mPalermu" e "Carnezzeria", lavori che i cagliaritani hanno avuto modo di apprezzare in tutta la loro crudezza. Poi, tra i vari, anche il Premio Gassman come migliore regista italiana e quello della Critica. E lo scorso anno, in fondo è un trofeo pure quello, per la sua "Carmen" di Bizet alla Scala incassò una stroncatura direttamente dall'Olimpo: Franco Zeffirelli la accusò di aver trasformato Carmen in un demonio. «La ritengo una critica talmente superficiale e poco elaborata che mi ha fatto sorridere», ci dice oggi lei. Forse colpita ma non affondata, sempre avanti per una strada che la consacra la migliore sulle scene.
Ciò che Emma Dante cerca nel teatro è urgenza della cultura tutta, contro una «demolizione lenta dei valori». Cosa serve? «Una presa di coscienza, una critica profonda e spietata», sottolinea. La sua è una vita di ricerca ai margini. Nel suo ultimo lavoro unisce tre spettacoli autonomi ma legati dai temi della povertà, della vecchiaia e della malattia. E i personaggi, malinconici e alienati, inforcano gli occhiali, perché mezzo cecati. Sul palco salgono Carmine Maringola in "Acquasanta", quindi Claudia Benassi, Stéphanie Taillandier e Onofrio Zummo in "Il castello della Zisa" ed Elena Borgogni e Sabino Civilleri in "Ballarini".
Nel primo capitolo un uomo si àncora sul palcoscenico, a prua di una nave immaginaria. Nel secondo Nicola ha gli occhi aperti ma non vede, assistito da due donne in un istituto. E nel terzo una coppia di vecchi, sulle note di canzoni andate, festeggiano un capodanno ballando a ritroso la loro storia d'amore.
Quali sono gli occhiali di Emma Dante?
«Tendo a non mettere gli occhiali come artista, ancora di più se la mia vista perde fuoco. Più si annebbia lo sguardo, più mi piace esplorare. Gli occhiali li metto ai personaggi e resto dalla parte del pubblico».
Sono storie che ha scovato nella sua città?
«Sguardi e luci che si trovano per strada, sì. Uno sguardo colto per la via mi ha sempre aiutato e Palermo nasconde facce incredibili. All'inizio avevo pensato a tre spettacoli autonomi, poi mi sono resa conto che sono legati. E non mi interessa raccontare la borghesia: i miei spettacoli nascono con l'urgenza di parlare del sottostrato».
La vista, gli occhiali. E come ha trattato la luce negli spettacoli?
«Non sempre la luce serve per vedere meglio. In realtà è diversa, ma si accomuna nel sogno del qualcosa che si è perso. Quando la perdita avviene c'è una luce tagliente, non diretta, che sfiora i corpi e lentamente si spegne».
Quindi il sogno è il minimo comune denominatore?
«In realtà gli occhiali sono la cosa più debole che accomuna i tre capitoli di cui la trilogia si compone, invece legati dall'innamoramento dei personaggi rispetto a qualcosa che è stato loro tolto. A un certo punto sognano una cosa che non hanno più e si sentono vivi davanti a noi con tutta la loro forza. Ritroveranno il mare, il movimento, la giovinezza. E poi ricadranno nella loro marginalità. Ma più che sulla marginalità questo è uno spettacolo sul ritrovamento di qualcosa ormai perso».
Nello spettacolo accade un recupero di identità?
«Il teatro dovrebbe sempre lavorare sul recupero dell'identità, qualunque essa sia, senza la vergogna che spinge la società a emarginare quando la prova. Non ci si rende conto che anche ai margini esistono identità forti».
Cos'è allora il teatro?
«Quel luogo dove l'elemento umano si interroga sull'identità».
MANUELA VACCA