LA NUOVA SARDEGNA 22-11-2011

CAGLIARI. Dopo aver visto "Sarabanda" di Ingmar Bergman al Massimo per la rassegna dello Stabile di Sardegna nella versione di Massimo Luconi viene spontaneo interrogarsi sul disperato bisogno dei registi contemporanei di cercare sempre qualcosa di originale.
Come se lo sterminato patrimonio dei testi drammaturgici della storia del teatro non fosse capace di offrire ai registi, soprattutto quelli della scena tradizionale, che ogni anno devono inventarsi qualcosa per soddisfare i gusti di un pubblico anch'esso vorace di novità, qualcosa di nuovo, di originale. Ecco quindi che il regista Massimo Luconi si avvicina al lavoro di Bergman - con l'interpretazione di due mostri di bravura della scena nazionale contemporanea come sono gli attori Giuliana Lojodice e Massimo De Francovich - originariamente uno sceneggiato televisivo che nelle intenzioni del regista svedese, che non lavorava certo per la televisione italiana, doveva essere una sorta di verifica trent'anni dopo "Scene da un Matrimonio".
Pellicola quest'ultima dedicata all'implosione di una coppia, alla deriva dei sentimenti, all'andare oltre le pareti di quella "famiglia" dove, secondo Bergman, si consumano i riti dolorosi delle tante trasformazioni della vita, della nascita del rancore, della perdita di un equilibrio, che secondo il regista - e perché no anche filosofo - svedese, è impossibile, soprattutto dentro le pareti della casa, dentro i confini di quella piccola comunità sentimentale. Sulla carta il passaggio dal cinema, seppure televisivo, alla scena era sicuramente affascinante, a patto di non trasformare come invece è avvenuto nella messinscena curata dal regista Massimo Luconi, Bergman in Ibsen, privando il regista cinematografico della sua idea di natura che nella "Sarabanda" teatrale è confinata in un altrove solo citato, oltre le altissime pareti di un interno che il regista e lo scenografo Daniele Spisa hanno voluto claustrofobico.
Scelta di una forte volontà simbolica, con un altrettanto forte vorticare della messinscena verso i confini di quel nord Europa che ha un fascino irresistibile presso i nostri registi mediterranei.
gli attori Giuliana Lojodice e Massimo De Francovich insieme ai loro più giovani compagni di scena Luca Lazzareschi e Clio Cipolletta si affannano disciplinati e compresi per essere perfettamente bergmaniani, chiusi dentro il loro mondo, impegnati a lucidare tutto il bric a brac tragico fatto di morti precoci, di suicidi, di figli che vogliono "uccidere" i padri, di incesti forse solo immaginati, di fughe in avanti impossibili. Ma a tutto questo nello spettacolo in scena da martedì sino a domenica scorsa al Teatro Massimo, manca il calore della vita vera e poi quello che nel cinema di Bergman, soprattutto l'ultimo Bergman, era presente con un segno forte, imprescindibile, che singolarmente solo le foglie del manifesto dello spettacolo di Luconi citano giustamente, quella natura dietro la quale il regista svedese vede la presenza di un Dio misterioso , ingiusto, forse minaccioso, ma capace di lasciare il suo segno sulla vita degli esseri umani che vagano con i loro fragili dubbi dentro questo piccolo inspiegabile pianeta.


Enrico Pau