LA NUOVA SARDEGNA 20-12-2011

 

Sassari. Se c'è una cosa che colpisce nel «Giardino dei ciliegi» di Cechov diretto da Paolo Magelli per il Teatro di Sardegna in coproduzione con il Metastasio di Prato - fino a domenica al Massimo di Cagliari, ieri e oggi al Verdi di Sassari per il Cedac - è la vibrazione continua trasmessa al testo. Un movimento continuo che contagia attori e personaggi. Una frenesia vocale e corporea che contrasta con l'idea del «Giardino» di regie più o meno famose che non hanno mai messo in discussione uno dei cardini dell'idea cechiviana di teatro: la sospensione del tempo che regala leggera ed elegante sfocatura da foto d'epoca su cui struggersi nostalgicamente per cercare il dolore della memoria. Magelli ha fatto una scelta ardita rendendo i corpi protagonisti della scena. In uno spazio vuoto, attraversato solo da lunghi tiranti sullo sfondo - citano i ciliegi o solo il teatro e i suoi elementi materiali - è tutto affidato alla parola. Alla sua capacità di inquadrare lo spazio secondo le coordinate di un testo dove la vecchia casa è protagonista assoluta, al pari dei personaggi. I corpi di Magelli, sono lacerati da un movimento quasi ginnico, mostrati in una nudità con poco di sensuale, simbolo della perdita. Sono i corpi la vera scenografia dello spettacolo a cui il pittore Lorenzo Banci dona solo il confort poetico fondale che svanisce come il mondo che i protagonisti hanno conosciuto.
Il continuo movimento è simbolico di un dramma fondato sul cambiamento. Tutti vivono un passaggio fondamentale, finanche Firs il cui destino è nel finale magnifico del dramma, la morte stessa. A questa materia Magelli ha aggiunto, forse inconsciamente, un riverbero pirandelliano, fin dall'apparizione degli attori che giungono da fuori scena, da un oltre, rappresentato da un portone che si affaccia sulla strada autentica dove passano le automobili.
È un semplice miraggio o invece è il desiderio della contaminazione borghese di un tempo che non contempla la borghesia come la conosciamo in Europa, ma semmai un'aristocrazia in decadenza che il profeta Cechov vede destinata a una fine imminente. Il mondo nuovo è quello che bussa da fuori, lo studente Trofimov, dentro cui appaiono i bagliori di un istinto di classe se non di una vera e propria coscienza. Spettacolo imperfetto quello di Magelli che fa però della sua imperfezione un punto di forza che affascina proprio nel mancare qualcosa, almeno del conforto che gli oggetti trasmettono alla scena, agli spettatori stessi, anch'essi parte di un gioco che li lascia nudi con la loro capacità di immaginare. Il gioco della messinscena, la scommessa ardita del regista a volte riesce, con momenti alti, altre volte meno nel corso di uno spettacolo le cui ambizioni non tutti gli attori riescono a sostenere con la loro recitazione. Da citare su tutti la prova di Valentina Banci Ljiubov' Andreevna, di Luigi Tontoranelli, Mauro Malinverno e Paolo Meloni.

Enrico Pau