
Prato la "città cinese", la città di Edoardo Nesi e della sua fabbrica dismessa, ma anche di Sandro Veronesi e dei suoi "baci scagliati altrove", da tempo non è più una città comunista. La giunta del centrodestra di due anni fa ha nominato alla direzione del Metastasio Paolo Magelli, sconosciuto a tanti, e alla lettera, venuto da lontano. Magelli, che è di scuola strehleriana, ha in prevalenza lavorato in Germania,nell' ex Jugoslavia,in America Latina. Ma nonostante la sua attività di organizzatore abbia evidenti connotati di fedeltà ai compiti istituzionali di un teatro stabile ( una compagia di attori giovani e per lo più toscani, se non pratesi; un attivissimo laboratorio,un cartellone che vanta ben sei nuove produzioni), nonostante ciò, egli sembra dalla critica nazionale,piuttosto ostracizzato. Almeno così dicono a Prato e la ragione sarebbe eminentemente anti-democratica: poiché nominato da una giunta di centrodestra.
Pure a Roma , la coppia Lavia-Scaglia da chi è stata nominata se non da una giunta dello stesso colore politico? E da chi mai lo stabile romano viene ostracizzato?Le ragione se ve ne sono, e se ciò che si dice è vero, saranno dunque diverse. Ma a noi tocca parlare, in quanto a Magelli, del suo terzo Giardino dei ciliegi. Il primo lo allestì a Wuppertal, la città di Pina Bausch se ne vedono le tracce nella "terribile modernità" di Mejerchol'd, laddove gli attori si esprimono in modo meccanico, sottolineando "l'alienazione che la vita stessa produce" (la vita sociale, la vita organizzata in un certo modo). Questo elemento si spinge lontano,fino a Nekrosius,lungo l'arco dello spettacolo, il dinamismo deliberatamente incongruo degli attori, l'atrltismo circense, le corse disegnano un quadro di riferimento proprio del nord-Europa. Ma lo spettacolo si regge su un conflitto dal quale si scaturisce la sua potenza, e nonostante qualche imprecisione, il suo fascino: di fronte a Mejerchol'd c'è Stanislavskij e, soprattutto, c'è Cechov, c'è la sua ostinata tenerezza, la sua resistenza ad ogni tentativo di "manomissione" ovvero di interpretazione. Come dice il vecchio Francis Fergusson, il realismo moderno, che è un realismo reticente,nasce qui, nel Giardino: e per quanti alberi se ne continuino ad abbattere, vi sono sempre nuovi ciliegi pronti a fiorire. In particolare, dello spettacolo di Magelli, vorrei sottolineare alcuni elementi:la scenografia di Lorenzo Banci, fatta di grandi spazi e di corde che cadono dal soffitto e di colpo scompaiono; i costumi di Leo Kulas, che hanno tocchi di eccentricità per me indefinibile; le musiche di Arturo Annecchino, lievi ma di grande effetto, ed un momento del tutto inatteso, che ha una sua oggettività ma nel quale è difficile non captare un tratto oscuramente soggettivo: mi riferisco al finale del terzo atto, quando Ljuba, che deve lasciare il suo vecchio mondo, e Lopachin che ne è il razionale modernizzatore, sono faccia a faccia. Qualcosa proprio in Cechov li attrae: sono nemici ma sono l'una dell'altro curiosi. In Magelli c'è molto di più: Ljuba si spoglia nuda (senza precedenti in qualunque Cechov) e comincia a colpire l'uomo che ha di fronte, il nuovo padrone, lei che ora è come una schiava.
Lo colpisce, da vera sua aguzzina, fino a non poterne più. Ljuba è Valentina Banci, Lopachin l'impeccabile Luigi Tontoranelli. Tra gli altri ricordo Sara Zanobbio, Elisa Cecilia Langone,e lo struggente Mauro Malinverno, tre attori che erano presenti anche nel recente Ionesco di Castri.
Franco Cordelli
