L'Unione Sarda - 11 Luglio 2010

di GIORGIO PISANO
Per fotografare l'umanità, nessuno escluso, cita Solone: le leggi sono come le ragnatele, i forti le sfondano, i deboli ci restano impigliati.
Sa bene che pochissimi staranno ad ascoltarlo: quelli come lui, i filosofi, non sono più di moda. Nella classifica dei più amati dagli italiani, vengono sicuramente dopo i parrucchieri (almeno quando si chiamano hair stylist), architetti e sarti di grido. Riconosce, con sommessa presa d'atto, di stare «un piano sotto le sciampiste: loro si occupano di capelli, noi di cervello. Anzi di pensiero».
Remo Bodei, cagliaritano di 71 anni, due figlie, è un marziano tradotto in molte lingue. Il Teatro stabile della Sardegna gli ha conferito "Il premio del ritorno" perché non sono molti quelli che ricordano da dove son partiti.
Professore alla Università di Los Angeles (Ucla), trascorre sette mesi l'anno negli Stati uniti e cinque a Pisa (dove ha tenuto cattedra alla Normale superiore). Ha insegnato a vario titolo in Germania, Francia, Canada, Spagna, Messico. Per un certo periodo è stato docente anche alla New York University. «L'ho fatto e lo faccio ben sapendo che la filosofia non serve a niente. Come Mozart, come l'arte, come la salute. Siamo tutti ospiti della vita e sappiamo che a un certo punto dobbiamo togliere il disturbo». Detto questo, s'interroga però su «cosa sarebbe stato il mondo senza due millenni e mezzo di filosofia. Forse sarebbe più povero, più violento». Dunque salviamo i filosofi come lavoratori socialmente utili perché servono, quantomeno, a «dare una prospettiva, orientare il mondo». Ad allarmarlo è quello che chiama il prét-à-porter intellettuale, vale a dire «quelle mode che ci fanno tirare a campare senza ragionarci sopra. Vedo un sacco di gente che vive trasportata dalla corrente, alla deriva. Invece servono criteri. Giusto e ingiusto, buono o cattivo, falso o vero: chi ti aiuta a capire, a districarti in queste strade? La filosofia, in fondo, è un antidoto per non diventare succubi».
Mentre parla, nella hall di un albergo scosso dal ronzìo dell'impianto di aria condizionata, Remo Bodei tiene braccia e mani composte, non si agita, non alza mai i toni. A dirla tutta, siede rispettosamente sulla poltrona di pelle scura, e guarda davanti a sé verso un interlocutore immaginario. Imbastisce il discorso di citazioni e riesce a farlo adoperando un italiano semplice, essenziale, fatto apposta per chi ha voglia di capire. I capelli pepe e sale, pettinati con cura sopra una polo azzurrina, non si scompongono di un millimetro. Tutto quello che dice e che fa è perfettamente misurato. L'esatto opposto degli eroi dei talk show televisivi, l'esatto opposto dei professori che la tivù riesce a esibire come una ruota di pavone.
Bodei ha vissuto a Cagliari fino agli esami di maturità. Conserva l'inflessione locale, ogni tanto se ne serve per sottolineare un concetto in limba, espone la sua visione del mondo con calma olimpica. Quasi sottovoce. Della città, che ha perduto e ritrovato più tardi da uomo maturo, non gli piace la fretta della ricostruzione post-bellica, il prolugamento di via Roma che «all'improvviso si schianta sui palazzi delle assicurazioni e delle banche». Trova che sia caotica, a differenza del centro storico che «conserva il marchio d'origine degli abitanti: gaudenti, epicurei, cinici e garbati».
Professore, è vero che viviamo una vita finta, dopata da giornali e tivù?
«Le pareti domestiche sono diventate porose: il mondo esterno ci entra dentro senza tanti complimenti. La televisione, e non solo, cattura un consenso che non abbiamo scelto e non siamo in grado di valutare».
Sarebbe?
«Mi spiego. È stato il fascismo a stanare quelli che io definisco gli isolati: bambini, donne eccetera. Ne ha fatto balilla, madri della patria, massaie rurali, ragazze che cantavano orgogliosamente voglio un pupo rosa sopra ogni cosa ...».
E la televisione?
«Il processo di acquisizione del consenso è identico. Procede giorno dopo giorno, a piccole dosi. Nessun partito ha una vera identità. Si naviga a vista. Giornali e tivù, anziché conquistare lettori, li plasmano e li subiscono».
La tivù ha cambiato la testa degli italiani.
«Indiscutibilmente, e al di là dei risultati elettorali. La televisione commerciale è vincente su tutti i fronti: non conta il programma ma la pubblicità che riesce a infilarci attorno e che è tanto più invadente quanto più i programmi attraggono un pubblico vasto e di bocca buona. La nostra vita, di conseguenza, si è adattata a un senso comune e impalpabile che non ha punti fermi di riferimento. Credo che tanti vivano credendo di stare in una telenovela».
La nuova discriminante è chiara: vincenti o perdenti. Il resto è noia.
«Negli Stati Uniti puntano a sapere se sei winner o looser, vincente o perdente. Il danaro diventa l'unità di misura di quello che vali; il successo l'unico obiettivo per cui valga la pena di stare al mondo. Fermo restando che chi soccombe è perduto, diventa un disgraziato privo di qualunque interesse per gli altri».
Il vincente non è mai colpevole: al massimo, è stato frainteso o è vittima di un complotto.
«Non entro nella bagarre dell'attualità politica ma mi sorprendo a pensare che la nostra è una regressione: come un secolo fa, abbiamo ripreso a vivere in funzione di quello che diranno gli altri. Faccio salve le eccezioni, che per fortuna ci sono, ma resto senza parole anche di fronte alla perdita collettiva di memoria: bombardati come siamo giorno dopo giorno, non ci ricordiamo neppure cos'è accaduto o cosa è stato detto pochi mesi fa. La verità è diventata elastica».
Abbiamo bisogno di fare tifo, di avere sempre qualcuno da odiare.
«Creare nemici è una vecchia tecnica per sviare l'attenzione della gente dai problemi reali. Io studio le passioni e in questo periodo sto scrivendo un libro sull'ira. L'ira è manifesta, urlata. L'odio invece, come altre passioni, si nutre senza scomporsi. L'odio (penso al terrorismo, ad Al Qaeda o ai nostri integralisti) sta minando la mitezza della democrazia, ci sta portando a non riconoscere l'altro, a non vedere il prossimo come essere umano».
Qualcuno dice che la globalizzazione ha ucciso anche il prossimo.
«La globalizzazione ha messo in contatto civiltà che fino a ieri avevano avuto pochi rapporti e che comunque erano noti solo alle elite. La Lega è l'esempio lampante d'una reazione di paura alla globalizzazione».
È tornato l'individualismo.
«Sì, ma è un individualismo di massa il nostro. Da un lato ci sono individui che cercano di non essere succubi dello Stato ma che non hanno un'autonomia vera. Vale per l'Occidente, non vale per India, Cina e Paesi arabi dove la dimensione collettiva è molto forte. Per questo alcune culture ci guardano e hanno paura della nostra libertà, della libertà delle nostre donne».
Ci trovano immorali?
«Esatto. Sono stato in Iran e ho tentato di capire quella visione del mondo. I nostri costumi, ai loro occhi, sono proprio immorali, peccaminosi, inaccettabili. Ma questo non significa che siano peggio di noi: hanno aspetti da cui dovremmo imparare».
La colpa è probabilmente dei troppi rumori che ci sovrastano.
«È difficile selezionare i rumori che ci colpiscono da appena siamo svegli. La verità è che siamo prigionieri di mille voci quotidiane che non sappiamo distinguere».
Cioè?
«Siamo disorientati, sono caduti gli idoli-chiave dell'esistenza: il marxismo, il liberismo. Perfino il cristianesimo, sotto l'apparenza di una rinascita, soffre di intime lacerazioni. E noi? Venendoci a mancare un obiettivo, un ideale, non scommettiamo più sul futuro. Quella di Marx, così come quella di Smith, era un'Opa sul futuro. Ciascuno di noi, oggi, ha privatizzato il suo piccolo, meschino futuro. Gli altri non contano più niente».
Difatti, se dobbiamo emozionarci lo facciamo attraverso i reality.
«Certo, perché ripropongono sentimenti che un tempo ci appartenevano. Poi, a ciascuno i suoi reality: in Usa sono basati sull'interesse dopo aver usurato tutto il sesso possibile, in Italia e in Sudamerica invece continuano a reggersi sulle passioni. Il reality standardizza un comportamento, prova a copiare la realtà e veicola il conformismo di massa. Perfino quando sembra trasgressivo, come Sex and the city».
Ma, allora, la felicità di cosa è fatta?
«La felicità è data dalla capacità di essere aperti, saper guardare oltre il binario obbligato sul quale ci fanno viaggiare. Viviamo in un mondo pieno di ansia, preoccupazioni, desideri. Per ragioni di economia del profitto, i desideri sono diventati troppi. Prima che inventassero le rate, le carte di credito, i pagherò, ne avevamo di meno».
Tutto cambia, comunque, tranne il sesso.
«Non è vero, anche quello è cambiato. Prima della pillola e dei preservativi, il rapporto uomo-donna era simmetrico: cioè, l'uomo è cacciatore ma se la donna resta incinta sono guai. Adesso tutto questo non esiste più e il sesso si è trasformato in una sorta di ossessione, uno sport praticato come il jogging. Intendiamoci, il sesso è una bellissima occupazione ma c'è stato uno scollamento tra sesso, amore e affetto. Ci hanno tolto perfino l'immaginazione: accendi il computer o la tivù e puoi vedere tutto quello che vuoi».
Disillusi dal comunismo e dal liberismo. Quante sono state le idee-truffa del nostro tempo?
«Mussolini, che di queste cose si intendeva, amava ripetere che gli italiani credono all'incredibile. Mica si sbagliava: come abbiamo fatto a credere a personaggi come lui, come Stalin, come Hitler? È bastato far scattare un meccanismo di identificazione col leader. Il fascino del Capo non attira soltanto cuori semplici. Provare ad essere come lui ci libera dalla miseria quotidiana in cui annaspiamo. Succede, pari pari, anche nel calcio: il tifo è un processo di identificazione con qualcuno che vince al posto nostro».
E pensare che c'era chi invocava l'odio di classe per farci sentire vivi.
«Mi spiace, tempo scaduto. Nel senso che l'odio sopravvive ma la classe, nel senso di classe operaia, è diventata un'altra cosa. Prendete il caso della vertenza Fiat a Pomigliano d'Arco: piaccia o no, la globalizzazione impone una drastica riduzione del costo del lavoro per competere con i paesi emergenti. Difficile, con questa premessa, aggrapparsi alle precedenti anche se comprensibili garanzie sindacali».
In questo sfacelo quanta responsabilità hanno intellettuali come lei?
«Abbiamo soprattutto una responsabilità di omissione. Dovremmo avere idee contundenti e articolate insieme alla capacità di spiegarle alla gente. Magari senza andare a fare comparsate in tivù ma comunque difenderle e diffonderle. Invece funziona ancora la logica della torre d'avorio, del confronto fra addetti ai lavori. Non siamo più, come una volta, i cappellani della società».
Come venir fuori dalle ceneri di una società atterrita e inerte?
«Non ho la palla di vetro e non so fare previsioni. Tuttavia credo che il nostro encefalogramma non sia piatto, non siamo messi così male. Abbiamo sviluppato anticorpi. Più le crisi diventano difficili e più siamo spinti a uscire dal guscio, abbandonare le certezze di cartastraccia e difenderci. In Germania, tempo fa, avevano istituito un ministero per il Futuro. Mica sbagliavano».
Che significa?
«Significa che dobbiamo imparare a guardare lontano. Serve maggiore capacità di innovare, tecnicamente e socialmente. Serve una società più giusta e maggiore coesione fra i cittadini. Aveva ragione Solone: i forti sfondano le ragnatele, i deboli ci restano impigliati».
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