
L'illusionista linguistico e l'impiccione viaggiatore
Forse potrebbe essere d'aiuto Tristan Tzara con le sue istruzioni per una perfetta composizione dadaista, quella che mette insieme parole ritagliando e incollandole a caso. Infatti un buon modo per scrivere sullo show di Alessandro Bergonzoni, ieri e avantieri al Massimo di Cagliari per la stagione del Teatro Stabile, sarebbe mettere una dietro l'altra, con o senza punteggiatura e in assoluta libertà, tutte le trovate linguistiche e retoriche, di simboli e di senso e sensi, dell'attore bolognese. Ma anche così si avrebbe solo una parziale idea di cosa è capace questo anarchico della lingua, questo ridefinitore di significa(n)ti, questo bombarolo del dire. Ma, insomma, fosse possibile ma non lo è, sarebbe un modo, migliore che pretenderci una cronaca o, peggio, una recensione. Lo spettacolo, "Urge" - a quattro anni dall'ultima performance in citta - è naturalmente un one man show, poca o nessuna scena, le luci essenziali: tutta roba che non serve e occupa inutilmente spazio che deve essere lasciato libero per essere riempito dalle parole. Da quando compare sul palco e per un'ora e mezza abbondante Bergonzoni racconta sogni dove ogni cosa, dalle parole alle immagini ai singoli suoni, può essere stravolta, modificata, plasmata, mutilata, sfregiata, composta e ricomposta, fusa, miniata. Nel suo mondo di incartatori di serpenti, di (s)fiorai che coltivano cactus e raptus, di invasati uomini nonsai, di topi in gattabuia con gatte da pelare, di pazientissimi batteristi con i grissini al posto delle bacchette, di blocchi dello scrittore e scrittori con il blocco, di raduni di alpini albini, di (im)piccioni viaggiatori, di gechi che sbattono su una guercia e di sogni di bisogni, tutto è possibile. Come nei sogni, appunto.
Impossibile invece seguire tutto. All'interno di uno stesso periodo si nascondono, occhieggiano o si svelano infinite onomatopee, allitterazioni, perifrasi, paronimie e paronomasie, metafore, pastiche letterari, assonanze, cambi d'accento, sintagmi, gramelot, poliptoti, prosopopee, sintagmi e tutto quello che l'uso della parola e del suono consente. Frullato a una velocità da videogioco. Bergonzoni è uno "sparatutto" linguistico, un giocoliere, un acrobata della glottologia, tanto furibondo che qualche volta dà persino l'impressione di essere lui stesso avviluppato nella rete delle parole, incollato come un ragno sbadato e maldestro nella sua ragnatela. Invece lui no.
Gli spettatori di sicuro, con il cervello costretto agli straordinari per decodificare e decrittare tutto quello che le orecchie, con una certa meraviglia, sentono. Come con gli illusionisti non si sa mai dove guardare per intuire il trucco e capire il gioco. Ma il turbinare non è fine a se stesso e lascia tracce come la sabbia negli interstizi dopo una tempesta. Come un moderno monaco che ha fatto voto di vastità Bergonzoni vorrebbe e auspica un nuovo umanesimo, di menti e di corpi altri e nuovi, di uomini e donne che pensano, attivi e creativi, ri-bellati, che scardinando le menti escre-menti, rifacendo il senno di almeno quattro misure, vincono l'ignoranza biadesiva (che si attacca da tutte le parti). Lo fa stupendo e facendo ridere - impagabile quella del vecchio col pallino delle bocce (e quindi gli altri non potevano giocare) e quella della donazione degli organi sessuali («Ma..allora darmi del coglione è un' offesa o è generosità?») - e lasciando segni tutt'intorno come dopo un'esplosione.
Intanto un po' di fuochi d'artificio potrà farli brillare anche oggi, alle 11, alla Cittadella dei Musei, nella sala Verde, dove terrà una lezione sul teatro. Dopo averne ospitato due sul palco (che hanno letto un comunicato sulla loro protesta) e dopo il mancato appuntamento a causa di mancati aerei («Ma Bologna - Cagliari non era a un tiro di sasso?») stamane incontrerà gli studenti. E tutti coloro che ci vorranno essere.
GIUSEPPE CADEDDU
