LA NUOVA SARDEGNA 10-4-2011

 

CAGLIARI. Dove va la nave di Emma Dante? Da nessuna parte. Non è una nave è un giocattolo rotto, la povera scenografia di un teatrino delle marionette. La marionetta è sempre la stessa e non cambia neanche il costume. Appesa a delle sartie che alla fine hanno un'àncora che non si àncora da nessuna parte. Cambia solo il cappello il protagonista e indossa gli occhiali, ora è mozzo, ora capitano o voce narrante. L'uomo, il marinaio, costretto a vivere dentro quello spazio angusto, minacciato dagli spruzzi d'acqua di onde immaginarie che escono dalla sua bocca sempre piena come una stiva da cui esce di tutto: acqua, saliva, paura, la poesia di canzoni napoletane dolcissime, storie di viaggi forse solo immaginati. E' questo il primo episodio de «La Trilogia degli Occhiali» di Emma Dante, enfant prodige del teatro italiano, spettacolo da giorni (oggi replica alle 19) al Teatro Massimo nella stagione dello Stabile. Nel primo episodio «Acquasanta» Carmine Maringola è strepitoso, legato ai fili del vascello immaginaria trasporta gli spettatori dentro la sua vita di marinaio a cui un giorno il mare è stato negato. Abbandonato sul molo si è reinventato il suo universo marino fatto di ricordi e ogni sera il suo teatrino si apre sulla memoria del mozzo che ricorda i viaggi. E per farlo deve mettere in moto una macchina teatrale che lo costringe a un movimento incessante. Il corpo, scosso da un fremito continuo, è costretto ad acrobazie vocali e corporee come quella "super marionetta" evocata da E. Gordon Craig. Non sono tanto gli occhiali i protagonisti di questa trilogia quanto la corporeità degli attori. Quello della Dante è un linguaggio scenico che mischia e cita tante cose con effetti di differente forza ed equilibrio. Nel secondo episodio, «Il castello della Zisa», il meno efficace forse dei tre, due donne, si muovono in modo circolare fino alla scoperta del corpo di un uomo che ha gli occhi aperti ma non vede, che non può muoversi ingabbiato in un corpo inutile che nel finale si risveglia ritrovando un equilibrio che progredisce fino all'acrobazia e al salto mortale. Qui alla marionetta sono stati tagliati i fili, le donne sembrano suore, il corpo è ostaggio di una religione che sembra minacciosa come le due donne che quel corpo preferirebbero per sempre piegato, ingabbiato dentro la carne inutile e inanimata. Nell'ultimo episodio «Ballarini» si danza lenti sensuali, solo che i ballerini, lui e lei, sono una coppia di vecchi dal corpo cadente, capelli bianchi e lunghi, parrucche uscite da un atto beckettiano. Tutto si regge sulla danza e sulle note di canzoni come quelle cantate da Mina, «E se domani», o il twist del «Ballo del mattone» di Rita Pavone. I danzatori si liberano del tempo e ritornano giovani in una danza liberatoria dentro la quale si incastonano perfino i «Watussi» di Edoardo Vianello. Ma niente è definitivo il passato ingabbia di nuovo i corpi dentro quelli vecchi e cadenti, il malinconico viaggio dentro la giovinezza è stato breve e veloce come il battito di un cuore malato, la danza liberatoria ha lasciato solo spazio ai ricordi, alla nostalgia.
ENRICO PAU