
Una giostra di infanzia gira triste nelle vicende metropolitane. Il tunnel e lo scivolo nel parco giochi avvertono i graffi dell'usura, l'alito ammorbante del tempo che invecchia e consuma gli anni verdi. E le palle sono giocattoli residui. Perché il gioco da fare, tra risate e botte, strupri e cinghiate, è quello di imitare l'adulto. Replicarne gli schemi, con tutto il bieco possibile, appare l'unica scelta se l'ordine conosciuto è stato sconvolto dalla guerra in una città che rimane senza nome ma può essere Belgrado, Zagabria o Sarajevo. O qualsiasi altro luogo di cui resta una periferia consumata e incastrata in un cantiere edile che vorrebbe cancellare il passato recente macchiato di violenze e tradimenti, di sopraffazioni e di genocidi. E di un conflitto che ha toccato gli individui nella loro identità di singolo e di popolo, costringendoli a fare i conti con se stessi.
L'uomo è il primo nemico dell'uomo. Lo imparano presto i bambini protagonisti di Giochi di famiglia , il testo della drammaturga Biljana Srbljanovic che il direttore del Teatro Metastasio di Prato Paolo Magelli ha portato in scena al Massimo di Cagliari. Bisogna cambiare il punto di vista, rinunciare ai consueti posti per farsi fagocitare da un cantiere in trasformazione. Così, per l'ultima di cartellone dello Stabile della Sardegna (replica finale oggi alle 19), centocinquanta spettatori si sono ritrovati in una tribuna dietro il palcoscenico a guardare gli attori muoversi sul palco in una scenografia resa carica di desolazione da Lorenzo Banci.
Fabio Mascagni è l'operaio a cui è affidato il prologo e l'epilogo. Valentina Banci è una madre vessata. Ancora, Mauro Malinverno è il padre violento. Francesco Borchi il figlio di fragilità estrema che da vittima muta in carnefice impietoso dei genitori. E, infine, Elisa Cecilia Langone è un'orfana tenuta al guinzaglio come un cane. Su di loro Magelli ha forgiato personaggi dalla fisicità nevrotica e dalla recitazione esasperata.
Fa parte della Trilogia di Belgrado il testo della Srbljanovic. Crudo e spesso turpe, infarcito di rimandi beckettiani. Violento. E su questo gli attori costruiscono strepitosi quadri recitativi in cui i valori sono azzerati e addirittura capovolti. Peccato solo per l'eccessiva lunghezza della messinscena che potrebbe essere conclusa prima, sfruttando una delle molteplici e splendide soluzioni registiche che costruiscono uno spettacolo indubbiamente interessante, al di là di un testo forte e di una recitazione straordinaria che ben dipinge una tragedia generazionale, priva di speranza. Senza la parola salvezza.
Manuela Vacca
