
C'è una Toscana che produce cultura. E ce n'è una, recente che si è rimessa a produrre teatro. Non succedeva da un po'. Una bella scommessa di questi tempi, che , si sa, non sono queste cose che danno da mangiare. Senza dimenticare i progetti e le iniziative promosse dalla Regione che investono il territorio grazie alla rete di Fondazione Toscana spettacoli. Il via al nuovo corso, in attesa della Pergola che a fine stagione mette in campo un Marivaux diretto da Piero Maccarinelli, lo danno Pontedera con il pirandelliano "Uno, nessuno, centomila" istruito da Roberto Bacci e soprattutto Prato. Che, forte della sua compagnia stabile, alla "Cantatrice calva" di Ionesco, regia di Massimo Castri, ha fatto seguire, subito a ruota il cecoviano "Giardino dei ciliegi" orchestrato da Paolo Magelli.
Sul palco di Pontedera.Già sulle tracce di Pirandello, sempre in compagnia di Stefano Geraci, al terzo assalto Roberto Bacci, centra in pieno un bersaglio per sua natura mobile e sfuggente come quello di "Uno, nessuno, centomila", ridotto nel titolo a "Gengè" dal nomignolo del protagonista, estremo e tormentatissimo zigzagare dell'agrigentino fra i sentieri dell'apparire. Vitangelo Moscarda, appunto Gengè, scopre un giorno, guardandosi allo specchio, superficie ambigua e inquietante , un altro se stesso, un "duo" volto finora ignorato, con quel naso che inopinatamente gli pende verso destra e che in qualche modo lo apparenta al Tristam Shandy " dallo sfortunato naso schiacciato", protagonista dell'omonimo romanzo di Sterne. Sottraendosi a ogni identificazione, in un serrato gioco delle parti, qua e là punteggiato dalle note di Ares Tavolazzi, i tre interpreti (gli ottimi Savino paparella, Francesco Puleo e Tazio Torrini) danno vita a una sorta di Danza macabra del "libro dell'inquietudine", riavvicinandosi così a Fernando Pessoa, lo scrittore portoghese ora al centro delle attenzioni teatrali di Bacci e Geraci. La parabola di Gengè, costretto a uscire pazzo per "entrare" in se stesso prende la forma di un quadro cubista. Come un altro pezzo di quel lungo fiume " non tranquillo" che è il corso burrascoso delle avanguardie.
Prato, Teatro Metastasio con lo Stabile della Toscana.Al suo nuovo Cechov,il primo per lo stabile della Toscana che lo produce insieme all'omologo di Sardegna ( i due nell'occasione uniscono anche le forse recitative, mettendo a disposizione le rispettive compagnie) Paolo Magelli decide di buttare all'aria lo schema e che non è più tempo di eroi. Né vincitori né vinti. Anche se ha a cuore la sorte dei molti personaggi che salgono e scendono da quella eterna, ineffabile giostra della vita che è " Il giardino dei ciliegi" di cui cura anche la traduzione, nessuno oscurando o rintuzzando, è come se Magelli, a un tratto, da qualche parte della sua carriera registica, volesse sbarazzarsene, buttarli fuori da questa scena nuda ( il palcoscenico a vista del Metastasio) che li fagocita e li respinge, come dentro un set cinematografico, una sala di montaggio dove il musical incontra il western, la commedia, il dramma, la pantomima, il circo. E c'è al fondo molto di felliniano in questo Studio Cinque di Cinecittà, bagnato da umori pirandelliani e innaffiato da precipizi clauneschi. E allora alla malora i ciliegi, anche a rischio di restare nudi come vermi, e la rabbia è tanta, sale, incontrollabile. Gli artisti alla fine resteranno sotto la tenda del circo: perplessi. La vita continua, anche li fra quelle mura decrepite come il vecchio Firs, e non sarà un treno a portarla via e cambiargli volto. Al massimo la voce. Quella stessa di Magelli che, novello Tom Waits, si concede un finale a tutto "blues". Scene Lorenzo Banci, luci Roberto Innocenti, costumi Leo Kulas.
Gabriele Rizza
