di William Shakespeare
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Elena Borgogni, Valentina Curatoli, Nicola Danesi, Oscar De Summa, Mirko Feliziani, Riccardo Goretti, Armando Iovino, Mauro Pescio, Alfonso Postiglione, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Diego Sepe, Luca Zacchini
costumi Clotilde
oggetti di scena Paola Benvenuto
maschere Atelier Erriquez & Cavarra
tecniche del corpo Alessandra Cristiani
tecniche della voce Francesca Della Monica
supervisione tecniche di ventriloquismo Samuel Barletti
produzione Teatro Stabile dell'Umbria/Compagnia Il Mercante
con il sostegno alla produzione di Romaeuropa Festival
durata: 2 ore e 30'
Teatro Massimo
13-16 gennaio 2011
Orario spettacoli
giovedì 13 ore 17
venerdì 14 ore 21
sabato 15 ore 21
domenica16 ore 19
Biglietti
Platea Intero € 20 Ridotto €15
Loggia Intero € 15 Ridotto €10
Venerdì 14 gennaio ore 17 incontro con Massimiliano Civica nell'Aula Magna "B. Motzo" della facoltà di Lettere e Filosofia. Organizza il Teatro Stabile della Sardegna in collaborazione con la facoltà di Lettere e Filosofia.
Per info: 070/6778128
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Dopo la regia del Il Mercante di Venezia che ha affascinato pubblico e critica meritando il Premio Ubu 2008, Massimiliano Civica ritorna a Shakespeare con Un sogno nella notte dell'estate, prodotto dal Teatro Stabile dell'Umbria e Compagnia Il Mercante: un allestimento presentato in prima assoluta al Festival Romaeuropa.
Una nuova traduzione diversa fin dal titolo, una regia essenziale nella scenografia, nei costumi e nei pochi e ricercati oggetti di scena, una interpretazione contemporanea degli spogli teatri dell'età elisabettiana, svelano l'approccio di un regista che vuole portare il testo al centro della scena. Civica guarda al genio di William Shakespeare come all'autore di straordinarie sceneggiature da sottrarre alle incrostazioni letterarie e restituire a una piena dimensione teatrale. Un sogno appare un banco di prova privilegiato perché è inteso da questo regista anche come un trattato sull'immaginazione: «L'immaginazione degli innamorati - spiega Civica-, che vedono le cose come non sono, l'immaginazione del sogno, che trasfigura le nostre esperienze e sensazioni nel volto dei personaggi dei miti, ma soprattutto è l'immaginazione del drammaturgo che dà ordine e forma al mondo creando quell'armonia di cose discordanti che è Un sogno nella notte dell'estate». Nutrendosi del rigore e del "senso di assoluto" che la critica ha voluto riconoscere alle sue precedenti produzioni, stavolta Civica si spinge verso quel Teatro Popolare d'Arte, quale era quello di Shakespeare e che trova una delle sue massime incarnazioni nella commedia magica per eccellenza, Un sogno. Un teatro senza soglie di ingresso che sappia coniugare realtà, fantasia, illusione, magia: parole che il Sogno di Shakespeare sfida qualunque regista a "mettere in scena".
Nella commedia del Bardo così come sul palcoscenico di Civica si incrociano mondi apparentemente inconciliabili: Il mondo diurno delle leggi e dei doveri e il mondo notturno dominato dalla fantasia. Un sogno della notte di mezza estate si apre sul lieto fine di una tormentata storia d'amore. Teseo, Duca di Atene, si avvia alla felice conclusione delle sue peripezie amorose con Ippolita, Regina delle Amazzoni, alla quale si unirà in matrimonio. Ma manca ancora una notte, quella prima del matrimonio, in cui Shakespeare, nel tempo di un sogno e nello spazio di un bosco, declinerà l'amore in tutte le sue forme, mostruose e sentimentali, incostanti e ossessive, violente e seducenti. La macchina d'illusioni del Teatro si mette in moto per farci credere alla realtà di un sogno. Un litigio tra il Re degli elfi e la Regina delle fate sconvolge l'ordine naturale, mette sotto sopra le stagioni, diffonde malattie e sterilità tra gli uomini. Un mondo di demoni e fate gioca con i destini di quattro innamorati. Nel cuore del bosco e della notte si svolgono le prove di un buffo dramma che racconta la storia di due amanti finita in tragedia. Un poveraccio con la testa d'asino si accoppia con una dea, diventando unico testimone incredulo dell'epifania del divino tra gli uomini.

Un Sogno sognato dal teatro
di Massimiliano Civica
Un sogno nella notte dell' estate si apre sul lieto fine di una tormentata storia d'amore. Il Duca di Atene si avvia alla felice conclusione delle sue peripezie amorose con la Regina delle Amazzoni, unendosi a lei in matrimonio. Ma non è proprio la fine, manca ancora una notte. È la notte prima del matrimonio, in cui Shakespeare, nel tempo di un sogno e nello spazio di un bosco, declinerà l'amore in tutte le sue forme, mostruose e stucchevoli, incostanti e ossessive, violente e romantiche.
La macchina d'illusioni del Teatro si mette in moto per farci credere alla realtà di un sogno. Si abbassano le luci in sala, ecco è notte, tutto ha inizio.
Un litigio tra il Re degli elfi e la Regina delle fate sconvolge l'ordine naturale, mette sotto sopra le stagioni, diffonde malattie e sterilità tra gli uomini. Un mondo di demoni e fate gioca con i destini di quattro innamorati. Nel cuore del bosco e della notte si svolgono le prove di un ridicolo dramma che racconta la storia di due amanti finita in tragedia. Un poveraccio con la testa d'asino si accoppia con una dea, diventando unico testimone incredulo dell'epifania del divino tra gli uomini.
Shakespeare sa bene che teatro e sogno parlano la stessa lingua, e così, costruendo tra l'uno e l'altro un gioco di specchi, termini ricorrenti, rimandi che mai chiudono il cerchio, ma travolgono le simmetrie in una spirale vertiginosa, arriva a scrivere un dramma sull'Immaginazione: l'immaginazione degli innamorati che vedono le cose come non sono, l'immaginazione del sogno che trasfigura le nostre esperienze e sensazioni nel volto dei personaggi dei miti, ma soprattutto l'immaginazione del drammaturgo che dà ordine e forma al mondo creando quell' "armonia di cose discordanti" che è Un sogno nella notte dell'estate.

Bisogna tener conto della cornice storica e culturale in cui appare, con la detonazione di un tuono d'estate, l'esperimento scenico di Massimiliano Civica. E' il 2003, da una parte c'è tutta la ricerca iniziata negli anni Ottanta, ben vivida e fiorente, una sperimentazione che guarda ai linguaggi della modernità (e della tanto invocata "post-modernità"), che lavora molto sull'immagine, cercando anche di catturare e fare sue certe forme dei media, con l'uso insistito del video e della multimedialità, con dimensione sonore accuratissime, dall'impalpabile al tellurico, insomma, per esser chiari, tutto quel territorio che va dai Motus a Romeo Castellucci.
Dall'altra parte si impone la ventata, questa sì davvero rivoluzionaria, di un ritorno alla parola, dove tutto lo spettacolo si basa su questo elemento, con l'arrivo sulla scena di una fin troppo cospicua schiera di cosiddetti "narratori", secondo una dinamica verbale in cui il racconto sottomette anche l'interprete stesso, si pensi a quello che è stato definito "il gesto assente" del più rappresentativo e geniale di questa corrente, Ascanio Celestini.
Davanti a queste due fazioni opposte e in piena antitesi tra loro, Civica non si schiera né su un fronte né sull'altro. Rinuncia al canto seducente del teatro di narrazione così come volta le spalle in maniera decisa agli immaginifici. La sua è stata ed è una strada solitaria, senza maestri né epigoni. Ma non si pensi, per questo, a scelte puramente istintive, a folgorazioni di taglio individualista e romantico, a un volontario splendido isolamento. Civica è un artista che unisce creatività a intelletto, pensiero filosofico ad azione scenica, riflessione al fare pratico. Dunque di certo in quella rifondazione del teatro, in quell'intersecarsi solo apparentemente semplificato di spazio e di tempo, il regista vuole compiere, come si è detto, un nuovo atto fondativo della scena, non soltanto in senso stilistico, ma soprattutto in un senso più profondamente culturale.
Se allarghiamo l'ambito di osservazione sottraendolo alle limitate visioni che ci forniscono i palcoscenici italiani, e apriamo l'obiettivo a tutto il campo della comunicazione e dell'intrattenimento nella nostra società è evidente, soprattutto all'occhio e al pensiero di Civica, che, per capire quale posizione abbia oggi il teatro nella nostra società sia necessario confrontarlo con i più popolari e più facilmente fruibili mezzi di comunicazione di massa e con il grande spettacolo del cinema. In questo panorama il palcoscenico deve compiere la strada opposta a quella seguita da tutti i media, rinunciando all'inseguimento di ritmi, tempi, modi e contenuti del piccolo e del grande schermo. Il teatro deve rinunciare a tutte quelle dinamiche che sono alla base della relazione, appunto "mediata", la velocità, l'accumulo, l' accostamento casuale, l'effetto a tutti i costi, rinunciando anche alle finalità intrinseche in quelle forme, l'evasione, la distrazione, la banalità. Il quadrilatero teatrale resta l'unico luogo dell'incontro non mediato tra esseri umani, e allora è bene che divenga uno spazio più assorto e meno facile, più astratto e meno declamatorio, più accennato e meno sfacciatamente esplicito, meno immediatamente emozionante ed emozionale, più riflessivo, più lento, e soprattutto più consapevole che tutte le caratteristiche che oggi sembrano farlo sembrare un antiquato veicolo culturale sono invece la sua forza. Proprio perché in teatro tutto avviene in presenza, uomini si incontrano con uomini, in platea e in palcoscenico, in quella che è l'unica occasione sociale di condivisione di un'esperienza intellettuale.
