Cerimonia

regia e drammaturgia Lorenzo Gleijeses

spazio scenico Roberto Crea
light design Gigi Ascione
paesaggio sonoro Lorenzo Gleijeses, Mauro Penna
area tecnica Luigi Luongo

con Lorenzo Gleijeses, Manolo Muoio
e con la partecipazione di Anna Redi

Minimax
17-20 febbraio 2012

17 e 18 ore 21
18 ore 11 (scolastica)
19 ore 19


(Lorenzo Gleijeses, foto di M.Ghidelli)

Anelavamo ad
essere la luce
dell'aurora e siamo
diventati l'ultimo
chiarore del
tramonto.
Roman Jacobson

Cerimonia funebre per un negro assassinato, è un testo dello scrittore spagnolo contemporaneo Fernando Arrabal, "autore di un teatro geniale, brutale, sorprendente e gioiosamente provocatorio."
La pièce, catalogata fra le opere più suggestive del teatro dell'assurdo, prende corpo in una dimensione che presto assume dei contorni spiccatamente meta-teatrali, e la vicenda presto supera i limiti propri della finzione per trasbordare nello spazio della realtà, perseguendone una trasformazione irrimediabile quanto inaspettata. Gli interpreti principali, costretti nello spazio claustrofobico di una stanza, non possono evitare di giocare al teatro, in una girandola di personaggi, sorprendenti e stranianti, che nascono, si trasformano e scompaiono senza soluzione di continuità, sotto lo sguardo rapito dello spettatore.
Nella nostra visione specifica della vicenda drammatica, il lavoro è diventato, da un lato, uno studio minuzioso su una serie di artisti che non sono riusciti a coniugare la loro visione dell'arte con la vita quotidiana, e che sono rimasti feriti a morte dalla propria stessa arte: poeti maledetti, potremmo chiamarli (Vladimir Majakovskij, Emily Dickinson, Vincent Van Gogh, Anne Sexton, Ian Curtis). Uomini e donne che sentirono la vita troppo intensamente per sopportare di viverla, e la cui concezione assoluta ed esclusiva del proprio universo creativo ha condotto a compromettere irrimediabilmente la stessa esistenza biologica.

Per una altro verso si tratta di un tentativo di riflettere sulle distorsioni grottesche con cui la società dello spettacolo - nel suo stadio avanzato - ci costringe a fare i conti giorno dopo giorno: l'esperienza dissociante e spasmodicamente inclusiva che i nervi scoperti della nostra percezione vivono a contatto con lo spazio mediatico contemporaneo, il paradossale solipsismo autistico della nostra dimensione cibernetica e lo scontro / incontro con le mille culture in movimento, con le quali la cultura globale ci obbliga a confrontarci, come mai prima d'ora, anche nella vita concreta.

Partire da un testo della drammaturgia contemporanea, usandolo come trampolino per comporre una ri-scrittura scenica costituita dalla co-presenza di forme espressive molteplici, provenienti dai campi più disparati del Teatro e delle arti contemporanee, è l'approccio che abbiamo privilegiato in questo nuovo viaggio: il lavoro sulla scrittura scenica, quello vocale e fisico dell'attore, la coreografia e la danza, le arti visive, la video-art ed il visual-jing, le derive della musica elettronica, tutto ciò concorre a creare la materia viva del nostro Teatro.

 

Dopo aver debuttato con il padre Geppy giovanissimo, e aver lavorato con Squarzina, Pugliese, Guicciardini, Lorenzo Gleijeses ha approfondito diversi tipi di pedagogie assieme a maestri come Lindsay Kemp, Eimuntas Nekrosius, Yoshi Oida, Eugenio Barba. Con Julia Varley, ha creato Il figlio di Gertrude che gli è valso il Premio Ubu 2006 come Nuovo attore. Di lui Franco Quadri, il critico de "La Repubblica" recentemente scomparso, ha scritto: «c'era qualcosa di nuovo, anzi d'antico, nel gesto di Lorenzo Gleijeses, napoletano e giovanissimo figlio d'arte, che all'inizio del secolo andava in Danimarca a cercare un suo modo di esprimersi nel rigore dell'Odin Teatret anziché nel filone visionario caro ai gruppi usciti dagli anni '90. (...) la qualità del lavoro svolto da Lorenzo Gleijeses è impressionante».

 

Teatro Quirino "Vittorio Gassman" - Teatro Stabile di Calabria